di Paolo Barosso

Ai margini meridionali del Canavese, sulla riva sinistra del fiume Orco a nord-est di Chivasso, si adagia il paese di Foglizzo, sovrastato dal poderoso castello, la cui sagoma massiccia, sebbene privata nel tempo delle connotazioni fortificate medievali, risulta ben riconoscibile anche a distanza.

L’ala di nord-ovest del castello di Foglizzo con la fila di beccatelli in cotto (poi riconvertita in cornice marcapiano), residuo delle decorazioni trecentesche

La visibilità del castello, che sorge su un lieve rialzo del terreno, uno sperone morenico, in posizione di dominio sull’abitato e sul territorio circostante, doveva essere un tempo ancora più accentuata rispetto ad oggi per via degli affreschi a tinte accese, che riprendevano in parte i colori dinastici dei Biandrate, realizzati su buona parte delle mura esterne, con l’effetto non soltanto di ingentilire l’aspetto militaresco della fortezza, ma anche di facilitarne l’avvistamento da lontano.

Scorcio del paese di Foglizzo visto da una finestra del castello

Secondo quanto ci rivelano documenti medievali, l’area di Foglizzo era attraversata in epoca romana da una strada di una certa importanza, detta via Cursi, che prendeva le mosse da Chivasso seguendo la traccia degli antichi percorsi della transumanza verso le valli Orco e Soana. Si ipotizza che l’arteria stradale, certamente utilizzata dalle mandrie per lo spostamento estivo negli alpeggi, servisse anche al trasporto del materiale cuprifero (contenente rame) estratto dalle cave alpine e lavorato dagli artigiani della città fluviale di Industria per la produzione di oggettistica in bronzo.     

Lo scenografico cortile interno dalla forma irregolare

Alcuni studiosi collegano l’origine del nome Foglizzo, nella variante Fulgidium, alla presenza di una fitta e vasta foresta, chiamata Sylva Fullicia, estesa tra tardoantico e alto Medioevo su un’ampia superficie del basso Canavese. Il toponimo deriverebbe dal verbo latino fulgere nel significato di splendere, rifulgere, riferito ai tanti pioppi bianchi dall’aspetto “fulgido” che crescevano nella zona, creando, con le loro foglie, un intenso luccichio in autunno.

Esiste, però, anche un’altra ipotesi che, collegando sempre l’origine del toponimo al mondo vegetale, ne individua la radice nel termine designante il faggio (in piemontese ), albero che, non a caso, ritroviamo quale emblema principale nell’arme comunale di Foglizzo, affiancato da due leoni.

Stanza dei Trionfi: due putti sorreggono le arme appaiate dei conti Biandrate (a sinistra) e dei Crivelli (a destra), sigillo politico del legame nuziale tra il conte Guido e la marchesa Giulia Crivelli (1586).

Signori di Foglizzo, come del vicino paese di San Giorgio Canavese, furono per molti secoli i novaresi conti di Biandrate, discendenti dei conti di Pombia, che seppero in breve tempo, tra XII e XIII secolo, costruirsi un’importante base di potere, fondata su ampie acquisizioni fondiarie e patrimoniali.

A differenza di altre nascenti forze signorili, come i conti di Savoia o i marchesi aleramici del Monferrato, che diedero vita, con il tempo, a veri e propri “principati territoriali”, i Biandrate, pur capaci e ambiziosi, non riuscirono a raggiungere questo obiettivo, essendo stati duramente contrastati, in questo loro disegno egemonico, dalla forte reazione politica in particolare del comune di Novara, culminata addirittura nella distruzione completa del centro di Biandrate (una prima volta nel 1168 e una seconda nel 1232), il cui sviluppo urbano venne, in conseguenza di quella devastazione, definitivamente bloccato.

Stanza dei Trionfi: il camino monumentale, realizzato in stucco da maestranze luganesi, con la grande arme comunale di Novara che lo sovrasta

Nonostante il fallimento delle ambizioni di potere, i Biandrate, legandosi in rapporti di vassallaggio con le forze dominanti nei vari territori, dai Savoia ai Monferrato, seppero comunque accumulare un consistente patrimonio, composto da numerosi feudi e castelli sparsi per il Piemonte, partendo dal Novarese, dall’Ossola e dalla Valsesia fino al Canavese, all’Astigiano e al Chierese.

L’insediamento dei conti di Biandrate nel Canavese, con baricentro nella località di San Giorgio, ebbe inizio nel corso del XII secolo a seguito di concessioni territoriali dell’imperatore Corrado III di Svevia in favore di Guido III di Biandrate, detto Guido il Grande, che s’era distinto come capitano delle milizie imperiali nel Novarese e che, per la posizione raggiunta, fu in grado di contrarre un matrimonio prestigioso per la famiglia, unendosi in prime nozze con una sorella di Guglielmo III, marchese aleramico del Monferrato, chiamata Isabella o, secondo altre fonti, Giovanna. Inserendosi abilmente nella rete di relazioni politiche e diplomatiche del tempo, i Biandrate si ritagliarono uno spazio di potere nell’area canavesana, al tempo dominata dai casati contrapposti dei San Martino e dei Valperga, spesso divisi da accese dispute, che sfociarono nella Guerra del Canavese raccontata nella cronaca di Pietro Azario del 1363, il De bello Canepiciano.

Stanza dei Trionfi: il cocchio di Marte trainato da una coppia di leoni

Fu un nipote di Guido, Pietro di Biandrate, considerato capostipite del ramo di Foglizzo, a radicare la presenza della famiglia nel feudo locale, confinante con quello di San Giorgio, ottenendone l’investitura nella prima metà del Duecento dal marchese del Monferrato Bonifacio, insieme con Balangero e Mathi. L’egemonia monferrina su Foglizzo perdurò fino al 1631 quando, in applicazione del trattato di Cherasco, le terre canavesane appartenute ai monferrini passarono sotto l’autorità sabauda.

Della fase edilizia trecentesca, promossa dai Biandrate per ampliare il fortilizio già esistente, che in origine doveva condividere lo spazio dello sperone morenico su cui s’innesta con il nucleo primigenio del paese, sopravvive in particolare l’ala di nord-ovest, che mostra, quale elemento superstite della decorazione medievale, una fila di beccatelli in cotto, poi riconvertiti in cornice marcapiano. Le due torri, che accentuavano la visibilità del castello nella campagna circostante, sono state, nel tempo, abbattute.

Stanza dei Trionfi: il carro del Tempo, un vecchio barbuto che con la destra si appoggia ad una gruccia e con la sinistra regge una clessidra, trainato da due cerve.

Gli interventi di abbellimento più significativi, decisi per esigenze di ammodernamento e aggiornamento stilistico, vennero attuati nel corso del Cinquecento, com’era consuetudine, nell’occasione di due importanti “alleanze” matrimoniali strette da membri della famiglia dei Biandrate con esponenti femminili di casati prestigiosi.

Al primo piano troviamo i principali ambienti modellati dalle campagne decorative cinquecentesche. La Stanza delle Grottesche, come indica chiaramente il nome, è il trionfo della moda pittorica delle grottesche, giunta in Piemonte nel primo Cinquecento dopo essersi sviluppata a Roma a partire dal 1480 per opera di un gruppo di artisti, tra cui il Pinturicchio, Filippino Lippi e Signorelli, che, ispirandosi al repertorio decorativo della Domus Aurea neroniana, fortuitamente riscoperta in quegli anni nelle cosiddette grotte del colle Esquilino, in realtà vani sotterranei dell’antica reggia, portarono in auge l’uso della decorazione a grottesche, con le sue figurazioni fantastiche, ispirate al Quarto Stile della pittura romana.

Stanza delle Grottesche o degli Infanti: uno dei putti in fasce che fungono da elementi separatori delle specchiature con le grottesche (il musicante è intento a suonare un lirone)

Nella sala, chiamata anche Stanza degli Infanti, dalle figure di putti paffuti in fasce utilizzate come elemento di ripartizione delle varie specchiature, si può anche ammirare un affresco con una veduta della città di Chivasso, probabile omaggio ai marchesi del Monferrato, che, sebbene in un contesto di corte itinerante, ebbero in quella località, fino al 1435, la loro piccola “capitale”.

Segue la Stanza dei Trionfi, che deve il nome al leitmotiv degli affreschi, incentrati sui trionfi degli dei e di personaggi mitologici dell’antichità classica, in cui si riflettono, in un gioco di rimandi con finalità celebrative, le imprese politiche e militari compiute dagli avi dei Biandrate.

Stanza delle Grottesche o degli Infanti: cornice con veduta di una città, identificabile con Chivasso da alcuni indizi (il fiume Po, le colline sullo sfondo, il campanile della Collegiata rivestito di una cuspide ottagonale in latta, oggi non più esistente).

Realizzata per il matrimonio tra un conte Biandrate e la marchesa Giustina Crivelli, di nobiltà milanese, celebrato nel 1586, la sala comprende, nel suo repertorio decorativo, le arme dei Biandrate, con il cavaliere bianco in campo rosso, alternate a quelle dei Crivelli, e un monumentale camino, decorato con stucchi dovuti a maestranze luganesi, su cui campeggia uno stemma confondibile con quello sabaudo, ma che in realtà rappresenta l’arme del comune di Novara, cui i Biandrate erano, per le loro origini famigliari, strettamente legati.

Stanza delle Grottesche: il raffinato soffitto a cassettoni con gli scomparti decorati da rosette e borchie in carta pesta dorata.

Sorprendente per ampiezza e ricchezza decorativa è il Gran Salone, che vanta un magnifico soffitto a cassettoni, rivestito da oltre duecento tavolette di legno (molte di ambito milanese) ornate con un repertorio comprendente insegne araldiche, profili di nobili e dame, animali e figure fantastiche, risalente ai primi decenni del Cinquecento. Alle pareti, nei fregi pittorici, si alternano scene tratte dalla mitologia greca, episodi di storia romana, vedute paesaggistiche riferite, almeno in parte, a possedimenti dei Biandrate e scene di battaglia (ad esempio la battaglia navale di Lepanto, vinta nel 1571 dalla coalizione cristiana contro gli ottomani).

Gran Salone: il magnifico soffitto con le tavolette in legno decorate.

Notevole è anche l’ambiente successivo, denominato Stanza delle Eroine, perché riprende un tema caro al gusto tardo cinquecentesco, con le raffigurazioni, nella fascia alta, di Eroine dell’antichità, quattro donne che preferirono darsi la morte piuttosto che vivere nel disonore e tradire la propria virtù.

Osservando gli affreschi, sono riconoscibili: Cleopatra VII regina dell’Egitto che, per non vedere il suo Paese ridotto a provincia dell’impero di Roma, scelse di suicidarsi, stando alla versione più famosa, facendosi mordere da un aspide; Sofonisba, nobile cartaginese, figlia di Asdrubale, che, secondo la narrazione di Tito Livio, ampiamente ripresa nei secoli successivi nel teatro, nella musica e nella letteratura (la Sofonisba di Vittorio Alfieri è del 1789), si uccise bevendo del veleno, esortata dal secondo marito, Massinissa, per evitare di cadere preda dei Romani come bottino di guerra; Lucrezia, figura femminile vissuta nel VI secolo a.C. che, secondo il racconto di Tito Livio ripreso da Ovidio, dopo aver subito violenza da un figlio dell’ultimo re di Roma, l’etrusco Tarquinio il Superbo, non volle tollerare l’onta che sarebbe ricaduta su di lei e sulla famiglia e si suicidò, creando le premesse dell’insurrezione popolare contro il sovrano.

Gran Salone: riquadro con la raffigurazione della battaglia navale di Lepanto (1571).

Il castello di Foglizzo venne, nei secoli seguenti, ulteriormente ampliato e abbellito, con la realizzazione ad esempio del giardino, allestito con la demolizione del ricetto medievale, un tempo addossato alla fortezza, e l’aggiunta al complesso di nuove maniche che, addossandosi le une alle altre, come la torre-scala ottocentesca, conferirono allo scenografico cortile interno una caratteristica conformazione irregolare.

Il paese di Foglizzo, oltre al castello dei Biandrate, vanta considerevoli testimonianze dell’arte barocca settecentesca, specialmente nell’architettura ecclesiastica. La chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, capolavoro di Bernardo Antonio Vittone, venne costruita tra il 1741 e il 1746 sull’area di una preesistente chiesa medievale.

Stanza delle Eroine: la nobildonna romana Lucrezia si suicida conficcandosi un pugnale nel petto.

Affiancata da uno slanciato campanile, il secondo in altezza di tutto il Canavese, la chiesa, rivelatrice nelle forme stilistiche di quei tratti neo-guariniani che qualificano la produzione del Vittone, presenta una planimetria originale e molto movimentata, consistente in un ottagono centrale su cui si innestano otto lunettoni che si protendono verso la maestosa volta centrale. Ai lati del presbiterio, si aprono due grandi cappelle di forma romboidale che, viste dall’aula, ingannano l’occhio, creando l’apparenza illusoria di una chiesa a tre navate.     

La facciata della chiesa parrocchiale, realizzata su progetto del Vittone

Sempre sulla via centrale del paese, ma all’estremità opposta rispetto alla parrocchiale, sorge la cosiddetta Rotonda di San Giovanni Decollato, sede della confraternita della Misericordia, edificio eretto tra il 1701 e il 1706, sormontato da una singolare cupola a cilindro.

La cupola a cilindro della chiesa sede della Confraternita della Misericordia, altrimenti nota come Rotonda di San Giovanni Decollato

Una curiosità degna di nota, legata alla tradizione produttiva locale, è il Museo dalla Saggina alla Scopa, allestito nella sconsacrata cappella di San Defendente, che documenta l’importanza economica di un’attività un tempo largamente praticata nelle campagne di Foglizzo, la coltivazione della saggina, pianta erbacea capace di raggiungere i tre metri d’altezza, la cui raccolta e successiva lavorazione, condotta dai ramasait, era finalizzata alla fabbricazione di ramasse, le tipiche scope piemontesi, che, una volta rifinite e cucite a cura delle donne del luogo, venivano trasportate su grandi carri e vendute anche in Liguria e in Francia.

L’ingresso del Museo “dalla saggina alla scopa”, allestito nella cappella sconsacrata di San Defendente.

Note bibliografiche

N. Maffioli, Il castello di Foglizzo, Foglizzo 2002

www.aboutartonline.com, contributo per la conoscenza e diffusione del genere decorativo della grottesca in Piemonte