di Alessandro Mella

Antica capitale sabauda, da alcuni chiamata affettuosamente “petit Paris” per le sue strade e piazze ampie e sconfinate che ricordano la Parigi di Haussmann del Secondo Impero, Torino è una città con una storia lunghissima. Già nel III secolo a.C. vi soggiornavano tribù locali e comunità celto-liguri che dopo una certa resistenza si arresero alla preponderante forza romana. Fu proprio quella grande civiltà a farne un insediamento di rilievo con il nome di Julia Augusta Taurinorum.

Veduta della Porta Palatina di Torino, uno degli esempi meglio conservati al mondo di porta urbica d’epoca romana, risalente al I sec. a.C.

Nel medioevo fu soggetta al controllo di Longobardi, Ostrogoti e Franchi fino al definitivo passaggio nell’influenza della millenaria dinastia di Savoia. Assediata e invitta nel 1706, divenne man mano una città sempre più importante soprattutto quando nell’Ottocento, dopo dodici anni di appartenenza all’impero di Napoleone I, tornò ad essere la capitale del Regno di Sardegna e una protagonista dell’epopea risorgimentale. Grazie anche all’abilità diplomatica di Cavour, nella seconda metà del secolo, Torino si era ritagliata un ruolo sempre più importante nella politica europea quasi al pari di Vienna, Parigi, San Pietroburgo e Londra. Primato che gli valse il privilegio di essere il centro da cui partì il cammino che portò alla proclamazione del Regno d’Italia il 17 Marzo 1861.

Una città così vivace non aveva potuto evitarsi di fare i conti con una piaga che, fin dall’antichità, interessava tutti gli insediamenti grandi e piccoli e cioè gli incendi. Causati da inadeguata urbanistica, da invasioni e guerre, dalla prevenzione scarsa o nulla, oppure da semplice imperizia e distrazione, essi spesso potevano arrecare danni incalcolabili. Celebri sono i roghi devastanti vissuti da Roma in epoca imperiale e repubblicana (il più famoso è quello del 64 d.c.) che sono rimasti impressi nella memoria collettiva ispirando opere, romanzi e film.

Carta di Torino del 1572 opera del fiammingo Jan Kraeck

Ma Torino, come tutte gli altri centri dell’impero romano, non fu da meno e non lo fu nemmeno nel medioevo quando i primi provvedimenti per la lotta agli incendi furono assunti. In epoca più antica sono comunque diversi i roghi ricordati dalla città piemontese. Il primo grande incendio fu quello del 217 a.c. quando le truppe del condottiero cartaginese Annibale calarono in Italia varcando le montagne per colpire Roma, l’odiata nemica del suo popolo.

Prima di raggiungere il proprio scopo, le armate degli invasori saccheggiarono Torino e la incendiarono e così i tetti di paglia e fascine alimentarono il vasto rogo che risparmiò parzialmente solo la muratura dei palazzi che disponevano, però, di tetti facilmente divorabili dalla furia del fuoco.

Un altro incendio distrusse gran parte della città quando, nell’anno dei quattro imperatori, si scontrarono gli eserciti di Otone e Vitellio. Era il 69 d.c. e le armate di quest’ultimo misero a ferro e fuoco Augusta Taurinorum devastandola. Nuovamente nel 410 d.c. i Goti incendiarono la città distruggendola in gran parte secondo le narrazioni dello storico piemontese del XVI secolo Pingone.

Nella tavola la visita del Duca di Genova Tommaso di Savoia e del Ministro Orlando alle rovine fumanti della Biblioteca Nazionale di Torino parzialmente distrutta da un incendio (da “L’Illustrazione Italiana” del 7 febbraio 1904)

Nel medioevo, prima che si prendessero i primi provvedimenti contro il fuoco, numerosi furono i roghi distruttivi. Nel 906, in seguito all’arrivo dalla Spagna dei Saraceni, vennero incendiati il monastero e la chiesa di Sant’Andrea che sorgevano dove ora si erge il Santuario della Consolata.

Orde di invasori furono nuovamente autrici di roghi distruttivi nel 1080 mettendoci, pare, anche un certo impegno nell’alimentare le fiamme e la propagazione delle stesse. Tale incendio resta, tuttavia, avvolto da una coltre di mistero. Molti testi, anche datati ed importanti come quelli di Viriglio, lo attribuirono ai Longobardi la cui influenza, a quel tempo, era ormai quasi nulla nei nostri territori. Essi avevano, anzi, subito molto tempo prima un colpo fatale dalla discesa di Carlo Magno e dei Franchi nell’alta Italia. È probabile, dunque, che tale attribuzione sia dovuta a qualche antico errore passato di testo in testo per decenni e forse secoli.

Interessante citare la grande gelata del 1216 che riuscì perfino a congelare il vino al punto che nelle botti, pur riscaldate da gran fuoco, quest’ultimo non si scioglieva.

Veduta di Torino nel 1718, da un’incisione d’epoca

Altri danni notevoli furono causati dai roghi appiccati dalla plebe torinese in moti rivoluzionari nel 1240.

Fu quindi nel 1326 che, il comune libero di Torino, prese i primi provvedimenti poiché, fino ad allora, in caso di incendio le campane delle chiese suonavano a martello per chiamare a raccolta la popolazione che correva con secchie, brente e quanto disponibile per affrontare il rogo che se si fosse allargato avrebbe potuto colpire e distruggere anche le proprietà dei volonterosi accorsi, desiderosi di proteggere indirettamente i propri averi.

Ritratto di re Vittorio Amedeo III di Savoia opera della Clementi

Un passo importante si ottenne con l’Ordinato del 1441 che disponeva lo scorrimento dei canali d’irrigazione anche lungo le vie principali della città ai fini di protezione dagli incendi e per munirsi di una buona riserva idrica per poterli combattere ed estinguere.

Non a caso quella che oggi si chiama “via Garibaldi” si chiamava un tempo “via Doragrossa” poiché vi passava il canale maggiore delle acque deviate dalla Dora verso il centro del borgo.

Sette anni dopo, nel 1448, il duca Ludovico di Savoia abolì per suo ordine i tetti di paglia prescrivendone la sostituzione con coperture di tegole. Fu il primo passo per una serie di provvedimenti susseguitisi nei decenni successivi atti a prevenire, per quanto possibile a quei tempi, il rischio di incendi stabilendo anche le prime vere norme per poterli combattere.

In epoca moderna fu nel 1786 che il Re di Sardegna Vittorio Amedeo III di Savoia emanò delle Regie Patenti illustranti, in 15 paragrafi, le norme per la segnalazione e l’estinzione dei roghi mediante la mobilitazione di uomini e pompe “da incendjo”.

Ad ogni allarme accorrevano 300 uomini allertati dallo scampanio delle chiese vicine, disposte per suonare in modo diverso in base al bisogno. Se bruciava un camino od una casa privata le campane battevano “al rapel” o se bruciava una fabbrica od un grosso stabile suonavano “la generala”.

Al suono partivano di gran carriera le pompe con i drappelli militari che sostavano alle quattro porte della cittadina e anche la pompa di riserva che stava al Palazzo di Città accorreva. Intanto sul luogo del sinistro si portavano anche una compagnia di 150 soldati disarmati e 60 armati con brentatori, muratori, carpentieri e falegnami capaci di compiere professionalmente l’opera loro anche sui tetti. Tutti erano guidati da un architetto e due capimastri.

Re Carlo Felice di Savoia in un ritratto del Bernero

In Piazza Susina, oggi Piazza Savoia, mediante il deviatore dell’acqua ivi installato si convogliava la stessa ai canali che scorrevano in prossimità dell’incendio così da munire i soccorritori di maggiore disponibilità idrica. Fu poi nel 1824, dopo varie migliorie apportate nel 1816 alle disposizioni precedenti, che il Re di Sardegna Carlo Felice costituì ufficialmente il corpo delle “Guardje a Fuoco”. Altra piccola gloria lasciata dalla Casa di Savoia alla sua amata e eterna capitale.

Questo breve studio elenca solo alcuni dei più grandi tra gli innumerevoli incendi susseguitisi per secoli nella grande città piemontese.

Quasi tutti i grandi palazzi furono interessati più volte dall’azione del fuoco come la torre di Palazzo Madama nel 1716,  il Palazzo della Zecca nel 1725, il Teatro Carignano nel 1787, il Padiglione allestito in Piazza Reale nel 1811 per festeggiare la nascita del figlio di Napoleone,  il Palazzo Municipale nel 1817, il Palazzo Chiablese nel 1821, il Teatro Alfieri nel 1858, la Biblioteca Nazionale nel 1904, il Teatro Regio nel 1936 e come non ricordare la Cupola del Guarini nel 1997? Ed altre decine di episodi che purtroppo hanno funestato la storia di questa grande e millenaria città.