Continua dalla seconda parte: Le devastazioni di Facino Cane e l’avvento di nuove signorie

di Fabio Occhial

Nel secondo Quattrocento si ebbe anche un parziale recupero delle grandi famiglie pavesi, ma i nuovi signori lomellini furono soprattutto dei “forestieri”. Tra di essi i milanesi Crivelli, che furono ricompensati per aver ceduto la piazzaforte di Pizzighettone ed ottennero l’investitura nel feudo di Dorno e Lomello, nonché il titolo di conti palatini.

Paesaggio agrario tipico della Lomellina – foto di Andrea Dall’Erba

Dopo Dorno e Lomello ai Crivelli, il duca donò a Cicco Simonetta, primo segretario, una grande possessione a Sartirana con il castello, la rocca, il recetto e varie entrate, concedendogli poi in feudo la giurisdizione oltre agli importanti diritti di acque, benefici vari e privilegi. Tra le infeudazioni a persone non autoctone, va menzionata quella di Ottobiano nel 1455 ai Rossi di Piacenza, famiglia legata all’importante corte piacentina degli Scotti, mentre il custode del castello di Pavia Bolognino Attendolo, un soldato braccesco di origini modeste, ricevette Olevano e Ceretto; erano due piccole terre, già tolte ai nobili omonimi, ma si aggiungevano alla prestigiosa contea di Sant’Angelo Lodigiano.

Negli anni Ottanta,  Ludovico il Moro* svilupperà invece una radicale politica antifeudale sia mediante una nuova  legislazione mirante a  limitare le prerogative signorili, sia mediante imposizioni fiscali sui feudi e mediante attacchi diretti alle casate aristocratiche, tanto che si parlerà per quest’epoca di una «rottura della normale trasmissione del feudo». Il Moro, non ancora duca ma luogotenente del ducato, costruì una sua area di “affinità” mediante l’ausilio di donazioni e infeudazioni a una cerchia di  favoriti, rimodellandone efficacemente  la società politica.


Ludovico Maria Sforza detto il Moro (Milano, 3 agosto 1452 – Loches, 27 maggio 1508) – opera conservata alla Pinacoteca di Brera a Milano

All’interno di queste dinamiche contarono preminentemente  gli interessi  di Ludovico il Moro – possessioni e aziende agrarie, riserve di caccia, castelli – tra Vigevano, Gambolò e altre località della Lomellina, dove il luogotenente del ducato risiedeva per gran parte dell’anno. Il feudo tese  a indebolirsi nel suo connotato di bene camerale, avvicinandosi sempre più  alla proprietà totale e incondizionata, sostenuta dalla forza economica e dalle relazioni personali del nuovo signore dove questi consolidava la sua posizione mediante imponenti acquisti di terre, di possessioni, di diritti di acque e di nuove entrate fiscali.

Il rapporto con le comunità divenne più solido e duraturo, con più ampie e importanti ricadute sulla vita locale. Esemplare è il caso dei Crotti, i quali  furono tra i primi ad abbinare la concessione feudale alla penetrazione fondiaria. Segretari e consiglieri viscontei, nel 1432 i Crotti approfittarono – forti della loro posizione – di un momento critico di una famiglia già molto cara ai Visconti, i Porro conti di Pollenzo, dai quali acquistarono vaste tenute a Robbio e in un gruppo di località del Novarese (Vinzaglio, Casalino e altre).

Gian Giacomo Trivulzio, condottiero e uomo politico spregiudicato, coinvolto nelle complesse vicende del ducato di Milano tra fine XV e inizio XVI secolo

Successivamente, le proprietà si estesero e si localizzarono al confine tra Lomellina e Novarese lungo il corso della roggia Nova, che venne ribattezzata roggia Crotta; nel secondo Quattrocento le acquisizioni della famiglia «ubbidivano a una sola strategia, (…) impadronirsi dell’intero e importante corso d’acqua in modo da sfruttare tutte le potenzialità di energia idrica e ogni possibilità di irrigazione» (Andenna, Grandi casati e signori feudali cit., pp. 33-45, 39 ss.).

La concessione feudale non poté  quindi che convalidare la penetrazione fondiaria privata: prima l’acquisto di terre, poi grazie alle benemerenze cortigiane, la concessione feudale dal principe e quindi l’ulteriore radicamento fondiario mediante acquisti oppure con modalità più aggressive, per esempio scorporando beni già comunali e portando attacchi ben condotti alla vasta proprietà ecclesiastica locale. In questa direzione, si mosse con progetti e pressioni il  feudatario Giovan Pietro Visconti sulla comunità di Breme, che infine gli “cedette pacificamente” pascoli e rive lungo il Ticino. Anche la comunità di Gambolò si trovò a lottare e infine rassegnarsi a cedere cospicue estensioni di terre e boschi prima a Ludovico il Moro, impegnato nelle sue aziende modello e intento ad accaparrare spazi destinati alle caccie e successivamente a Gian Giacomo Trivulzio.

Francesco Simonetta, noto come Cicco Simonetta

Un interessante rapporto feudale è quello che si stabilì tra Cicco Simonetta e le comunità soggette e infeudate di Sartirana, Valle, Castelnovetto, Carosio e Bordignana: queste concessioni, moltiplicatesi nel tempo grazie al favore ducale, furono poi rese più cospicue da investimenti e da oculate operazioni fondiarie. Prima di cadere in disgrazia nel 1479, egli impiantò aziende agrarie ben organizzate, restaurò castelli, fece scavare condotte d’acqua e rogge, ridisegnandone il paesaggio agrario. Concessioni ben fatte, come queste si traducevano in importanti valori economici.

Come è ben noto, la presenza fondiaria lomellina del Simonetta su terre peraltro già devastate dalle guerre fu premiata da successi rilevanti, facilitati dall’abbondanza di licenze di esportazione di grani verso il ducato stesso o verso il Monferrato. Una località come Sartirana, uscita dalle guerre di metà secolo in uno stato di conclamata devastazione, non poteva risentire che positivamente del benessere portato dalle iniziative simonettiane.

Nonostante il numero e la frequenza delle nuove concessioni feudali, il nuovo tessuto signorile della Lomellina restò fondamentalmente debole. Dopo la morte di Filippo Maria Visconti, le comunità di confine, poste di fronte all’alternativa tra Milano, lo Sforza e i Savoia, furono allettate dalle offerte di esenzioni dei duchi di Savoia, che avrebbero reso la Lomellina una sorta di zona franca fiscale. In queste trattative si può notare una singolare autonomia d’azione a scegliere i protettori ritenuti più opportuni per conseguire i propri obiettivi.

Veduta aerea di Sartirana Lomellina

Soprattutto Mortara e Vigevano, le due quasi città lomelline, spiccarono per il loro profilo demografico e per la vivace coscienza comunitaria e sociale; notevole fu la capacità dei ceti dirigenti vigevanesi, una volta reinseriti nella nuova compagine regionale sforzesca, di sfruttare le amicizie a corte. Analogamente i quasi cittadini di Mortara, capaci costruttori di un mirabile sistema idraulico basato sulle acque dell’Agogna, potevano godere della rete di collegamenti costruiti attorno alla canonica di Santa Croce e si rivelarono caparbi nel conservare spazi di indipendenza.

Ostacolo all’irrobustimento del tessuto feudale in Lomellina fu la costante interferenza della città di Pavia, ben decisa a non perdere influenza, ma l’amministrazione pavese viveva  quotidianamente la difficoltà di esercitarvi la giurisdizione data la distanza e l’esiguità delle forze a loro disposizione.  Per concludere: Schiacciato tra interferenze ducali, presenza costante della città e rivendicazioni delle comunità, il profilo giurisdizionale del ceto neofeudale lomellino risultò complessivamente debole; talvolta i feudatari esercitarono il ruolo classico di protettori alternandolo a quello di oppressori e cercarono al meglio di arginare le pretese giurisdizionali della città e dello stato.

Il castello di Sartirana Lomellina, appartenuto a Cicco Simonetta

*Ludovico il Moro fu duca di Bari dal 1479, reggente del Ducato di Milano dal 1480 al 1494 affiancando il nipote Gian Galeazzo Maria Sforza e infine duca egli stesso dal 1494 al 1499. Durante il suo governo, Milano raggiunse il pieno rinascimento e la sua corte divenne una delle più splendide del nord Italia. Fu protettore di Leonardo da Vinci e di altri artisti di rilievo della sua epoca

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