di Paolo Barosso

La basilica di Superga, innalzata su un alto basamento ricavato dallo spianamento della sommità del colle, s’impone nel paesaggio urbano torinese come elemento architettonico dominante, scenograficamente collocato su uno dei punti più elevati del sistema collinare di Torino e in collegamento visivo con la “zona di comando” (imperniata su piazza Castello) e con il castello di Rivoli,  situato all’estremo opposto del prolungamento ideale dell’asse viario di corso Francia, in un insieme ricco di richiami simbolici legati alla storia della dinastia sabauda.

L’idea di costruire a Torino una grande basilica in onore della Madonna nacque dall’adempimento di un voto del duca di Savoia Vittorio Amedeo II, nel quadro della Guerra di Successione Spagnola, conflitto di portata europea che, nel maggio 1706, aveva condotto le armate coalizzate di Francia e Spagna a porre l’assedio alla città, al tempo capitale del ducato sabaudo, nel tentativo di espugnarla.

Era il 2 settembre 1706 quando il duca Vittorio Amedeo II, in compagnia del cugino, il principe Eugenio di Savoia-Soissons, che era giunto a soccorrerlo alla testa dell’esercito imperiale alleato, salì sul colle di Superga, a oltre 650 metri d’altitudine, in quanto considerato punto di osservazione ideale per concertare il piano della battaglia che avrebbe dovuto risolvere l’assedio in favore dei difensori sabaudi.

La basilica innevata – foto tratta dalla pagina fb della basilica di Superga

L’altura, a quel tempo, non era occupata dalla grande basilica, ma ospitava soltanto una piccola chiesa, una parrocchia di campagna, chiamata Santa Maria sub pergolam. Sembra che sia questa l’origine del nome Superga, da sub pergolam, ma vi è anche una seconda ipotesi etimologica che ne sostiene la derivazione dall’accostamento di un vocabolo d’origine celtica, serra, nel significato di monte, e di un termine germanico, perg, anch’esso correlato al concetto di altura.

L’interno della cupola di Superga – ph Alessia Orofino.

Secondo la tradizione fu in quel giorno, sulla vetta del colle, che Vittorio Amedeo II s’inginocchiò raccogliendosi in preghiera dinnanzi all’effigie della Beata Vergine delle Grazie e impegnandosi nel voto di far costruire una grande chiesa in onore della Madonna quando la città fosse stata liberata dalla morsa dell’assedio.

C’è da dire, per dovere di cronaca, che alcuni storici, pur non mettendo mai in dubbio la veridicità del voto ducale, attestata anche dalla testimonianza del confessore di corte, il beato Sebastiano Valfrè, vollero collocare altrove il luogo fisico in cui venne fatta la promessa da parte di Vittorio Amedeo II: in particolare, c’è chi ha sostenuto, basandosi sul testo inciso su una lapide poi andata distrutta, che il solenne impegno fosse stato preso dal duca non a Superga, bensì nel paese di Bibiana, presso il locale convento francescano, dove aveva soggiornato per un periodo di tempo nel mese di agosto.

Mentre si trovavano sul colle, i due cugini concertarono dunque il piano della battaglia, che si sarebbe combattuta nei giorni successivi, studiando la disposizione degli assedianti.

Il punto debole venne individuato nel settore nord della città di Torino, nella zona di confluenza della Stura e della Dora nel fiume Po: proprio lì v’era una lingua di terra rimasta sguarnita, dove si sarebbe concentrato l’attacco decisivo. La battaglia si combatté pochi giorni più tardi, il 7 settembre, quando la vittoria arrise ai sabaudi e ai loro alleati imperiali, che costrinsero, con una manovra abilmente concertata, i franco-spagnoli alla precipitosa ritirata da Torino.

A seguito degli accordi di Utrecht (1713), che definirono i nuovi equilibri geo-politici europei e sancirono la promozione del ducato di Savoia a Regno di Sicilia (poi Regno di Sardegna), la prima pietra della basilica venne posata il 20 luglio 1717, mentre i lavori di spianamento del colle, con il trasporto dei detriti a valle, da cui il nome della borgata “Sassi” di Torino, erano già iniziati nel 1716.

Il grandioso edificio, capolavoro dell’abate messinese Filippo Juvarra, architetto di corte, giunto a Torino per volere di Vittorio Amedeo II, che fu per pochi anni re di Sicilia, prese forma come “la più nobile fabbrica a simmetria centrale di tutta l’età barocca“. La chiesa basilicale, inaugurata nel 1731 da re Carlo Emanuele III di Savoia, ma solennemente consacrata solo nel 1749, si presenta come un’imponente struttura barocca a pianta centrale con slanciata cupola a doppia calotta, due campanili tardo-barocchi ai lati e profondo prònao di gusto neoclassico a otto colonne corinzie, che appare sproporzionato rispetto all’insieme, proprio per accentuare l’effetto visivo dal basso e potenziare la visibilità dell’edificio da tutta la città di Torino e dal territorio circostante.

Veduta del chiostro del convento con il giardino caratterizzato da motivi a labirinto definiti dalle siepi di bosso e pozzo centrale coperto da un tettuccio a forma di pagoda cinese.

Dietro la basilica si trova l’ampio corpo di fabbrica del convento, che si sviluppa attorno all’arioso chiostro con doppia sequenza di archi e conserva una magnifica biblioteca con scaffali disegnati dall’architetto Benedetto Alfieri, mentre nei sotterranei venne sistemato, affidandone il progetto nel 1774 all’architetto Francesco Martinez, il nuovo sepolcreto dinastico, che accoglie le spoglie mortali dei sovrani sabaudi da Vittorio Amedeo II a Carlo Alberto e di numerosi principi della famiglia (per un totale di 62 sepolture) e che vide al lavoro, nell’allestimento del Sarcofago dei Re e degli ambienti laterali (Sala degli Infanti e Sala delle Regine), insigni architetti e artisti attivi per la corte sabauda, tra cui – oltre a Francesco Martinez – Carlo Amedeo Rana, Salvatore Revelli, i fratelli Ignazio e Filippo Collino, Giovanni Battista Bernero, Pietro Della Vedova.

Il Sarcofago dei Re, posto al centro della croce latina che forma la cripta, ospita le spoglie mortali di re Carlo Alberto. Realizzato in onice di Busca su disegno di Francesco Martinez, presenta quattro putti laterali scolpiti dai fratelli Collino.

Accanto al convento, secondo l’intendimento originario di re Vittorio Amedeo II di Savoia, si sarebbe dovuto erigere un edificio a se stante, destinato a ospitare le stanze per l’alloggiamento dei sovrani, ma tale progetto non vide mai la luce e ci si limitò a ricavare al primo piano del convento alcuni ambienti che formano il cosiddetto Appartamento Reale (Anticamera, Prima Sala di Ricevimento, Gabinetto da Toeletta, Sala Verde e Sala Rosa), pensato per accogliere i membri della corte durante le loro soste giornaliere a Superga.

Uno dei lunghi corridoi interni al convento.

Per quanto riguarda la gestione religiosa e amministrativa del complesso basilicale e conventuale, per volontà di Vittorio Amedeo II si istituì nel 1731 l’Ordine della Reale Congregazione di Superga, con il compito di occuparsi della Basilica e delle Tombe Reali, che venne però soppresso per ordine del governo provvisorio francese alla fine del Settecento, quando le Tombe Reali corsero concretamente il rischio, poi per fortuna evitato, di essere distrutte.

Risale invece al 1864 la creazione dell’ufficio del Prefetto della Reale Basilica, con un cappellano residente, rimasto operativo fino al 1951. Di seguito, nel 1966, s’insediò a Superga l’Ordine dei Servi di Maria, che si sarebbe preso cura dell’intero complesso fino al 2021.

In collaborazione con Croce Reale – Rinnovamento nella Tradizione e CulturalWay.