di Paolo Barosso 

La rocca del brich di Zumaglia si erge maestosa in cima a un’altura che sfiora i 700 metri d’altitudine, al confine tra i comuni di Zumaglia e Ronco Biellese. L’appetibilità del sito come sede d’un presidio militare è resa evidente dalla conformazione del luogo: un bricco, dai pendii scoscesi e rivestiti di boschi, da cui lo sguardo può abbracciare un’ampia fetta di territorio tra Vercellese, Biellese e Valsesia, sino ai rilievi del Monferrato a sud.

Veduta d’assieme della rocca di Brich di Zumaglia, ricostruita negli anni Trenta del Novecento sui ruderi dell’antico castello distrutto nel Cinquecento – da www.medioevolimesvitae.it

Le prime notizie documentate su una postazione fortificata sul brich di Zumaglia, il cui toponimo è fatto derivare dal termine biellese zumaja che designa la mammella (alludendo alla forma dell’altura), risalgono all’ultimo decennio del XIII secolo, anche se si ipotizza l’innesto della fortezza su edifici più antichi. Dopo una breve dipendenza dai signori di Buronzo, nella prima metà del XIV secolo il castello di Zumaglia, descritto dai cartari medioevali come imprendibile fortezza quadrangolare con torri cilindriche ai quattro angoli, risulta appartenere ai vescovi di Vercelli, che fecero di Zumaglia uno dei cardini del sistema difensivo approntato per tenere sotto controllo l’area biellese.

Nel 1377 anche Zumaglia seguì le sorti di Biella che, sottrattasi all’egemonia vercellese a seguito della sommossa popolare contro il vescovo Giovanni Fieschi, si diede al Conte Verde, Amedeo VI di Savoia, entrando a far parte dei domini sabaudi. I conti, poi duchi, di Savoia esercitarono giurisdizione sul luogo per il tramite di castellani, poi lo infeudarono ai Gottofredo di Buronzo e infine a partire dal 1536, per via di successive cessioni di quote, la rocca di Zumaglia finì nelle mani di Filiberto Ferrero Fieschi, marchese di Masserano dal 1547.

Gli eventi bellici di metà Cinquecento, con il Piemonte in gran parte occupato da spagnoli e francesi, travolsero anche il castello di Zumaglia che venne consegnato alla Francia, insieme con il castello di Gaglianico, a seguito del cambio di fronte di Filiberto Ferrero Fieschi, che aveva tradito il duca di Savoia. Il passaggio in mano francese espose Zumaglia alla successiva rappresaglia sabauda messa in atto nel 1558 dalle truppe imperiali al comando del capitano Cesare Maggi o De Mayo, che danneggiarono il castello in modo irreversibile.

Scorcio della rocca di Zumaglia vista dal percorso di avvicinamento alla sommità del Brich – ph Carmine Arena

Proprio in questo contesto storico s’inquadrano i fatti che videro come sfortunato protagonista il capitano vercellese Giovanni Francesco Pecchio, fonte d’ispirazione per scrittori e poeti. Si tramanda infatti che i francesi, preso possesso della rocca, udirono dei lamenti provenire dal basso. Scendendo nelle segrete trovarono un uomo nudo imprigionato: si trattava del capitano Pecchio, che da ben diciotto anni era lì recluso, all’insaputa di tutti, incarcerato per volere del signore di Zumaglia, il famigerato Filiberto Ferrero Fieschi, figura temuta dalla popolazione per i metodi dispotici di governo e la cui fama sinistra venne alimentata anche dal crudele trattamento riservato al Pecchio.

Il capitano, liberato, venne portato al cospetto di François de Boyvin du Villars, ufficiale francese che aveva il comando della guarnigione: fu lui a raccogliere la testimonianza del Pecchio riportandola poi nelle sue memorie (Mémoires, Paris, 1606). Prendendo per vera la versione dei fatti registrata dal du Villars, che si basa unicamente sulla ricostruzione fatta dal Pecchio, questi suscitò la collera del Ferrero Fieschi per aver dato esecuzione nel 1537 a un provvedimento a lui contrario emesso dal duca di Savoia Carlo II, forse in relazione alle accuse più volte formulate di alterare monete nella zecca di Masserano. La vendetta non arrivò subito, ma a distanza di qualche tempo: venne teso un agguato al Pecchio mentre si trovava nelle terre di Asigliano Vercellese (in seconde nozze aveva sposato Orsolina Avogadro di Asigliano) e, dopo la cattura, il capitano fu tradotto a Zumaglia e gettato in una cella.

Scorcio dei portici medievali di Masserano, feudo dei Ferrero Fieschi, che vi costruirono la loro principesca dimora tuttora esistente – foto di Paolo Barosso

Il Ferrero Fieschi, però, allo scopo di allontanare da sé i sospetti, inscenò un assassinio, facendo trovare il cavallo del Pecchio con la gualdrappa macchiata di sangue e inducendo a credere che l’uomo d’armi fosse rimasto vittima d’una aggressione. La famiglia del Pecchio, ignara dei fatti, incolpò della scomparsa un uomo, ritenuto suo nemico, che venne indotto a confessare l’omicidio sotto tortura e poi messo a morte. Tutti quindi credettero che il Pecchio fosse morto assassinato e il capitano venne dimenticato: il patrimonio di famiglia si dissolse, finendo in gran parte alienato, tanto che, dopo la liberazione, il capitano dovette rivolgersi ai tribunali per rivendicare i beni perduti.

Dai documenti emerge soltanto la versione dei fatti fornita da Giovanni Francesco Pecchio, che troviamo raffigurato in veste di committente, ancora con il volto segnato dalle sofferenze della prigionia, in una tela del Bernardino Lanino datata 1558 “Compianto sul Cristo morto”, oggi conservata a Torino nella Galleria Sabauda. Non c’è quindi modo di verificarne l’autenticità confrontandola con ricostruzioni diverse e ascoltando le ragioni della controparte: vero è che la figura di Filiberto Ferrero Fieschi non godeva di buona reputazione, essendo incline secondo le cronache, come l’intera dinastia dei Ferrero Fieschi, all’uso dispotico del potere e a metodi brutali, però appare abbastanza singolare che si sia accanito con tanta insensata crudeltà nei confronti di un uomo colpevole soltanto d’aver eseguito un ordine superiore.

Veduta della rocca di Zumaglia in notturna – ph Carmine Arena

In ogni caso il capitano Pecchio, sfinito dalla prigionia e dalle privazioni (sulla lastra tombale si legge che, nel rivederlo, i vercellesi meravigliati erano incerti se riconoscere in lui Pecchio o il biblico Lazzaro), non sopravvisse per molto, spirando nel marzo 1567 e venendo inumato in una chiesa di Vercelli. Anche il marchese Ferrero Fieschi ebbe le sue sventure perché, al termine della guerra, ristabilitasi l’autorità sabauda in Piemonte, non riuscì a ottenere dai Francesi il risarcimento dei danni subiti dai suoi castelli e morì nel 1559 nel castello canavesano di Foglizzo, ospite del genero.

La rinascita del castello di Zumaglia, ridotto in rovina dopo gli avvenimenti di metà Cinquecento, ebbe inizio negli anni Trenta del Novecento grazie alla figura d’un imprenditore biellese, Vittorio Buratti, attivo nel settore della lavorazione della seta e politicamente impegnato prima tra le fila del Partito Popolare, poi nel Partito Fascista, che nel 1933 acquistò il magnifico complesso di Villa La Malpenga a Vigliano Biellese.

Buratti avviò un ambizioso piano di riqualificazione della vicina collina di Zumaglia, che contemplava anche la ricostruzione in stile neo-medioevale del castello. Per i meriti acquisiti in ambito industriale, per l’opera di valorizzazione turistica e storica del territorio e per la bonifica di brich di Zumaglia, Vittorio Buratti ottenne dal re nel 1942 il titolo di “conte della Malpenga”, dal nome della famiglia che vantava diritti sul luogo sin dal XV secolo.

La terrazza della rocca di Zumaglia con il coronamento di merli ghibellini – da www.brichdizumaglia.it

La ricostruzione del castello s’inserì in più vasto piano di riprogettazione ambientale, architettonica e agricola dei pendii del brich di Zumaglia, che venne collegato attraverso strade e sentieri perché fosse facilmente raggiungibile dai comuni di Zumaglia e Ronco. Si ricreò il bosco, mescolando alle specie autoctone essenze ornamentali, e si provvide a disseminare i percorsi attorno alla rocca di manufatti e piccole costruzioni con evidenti richiami alla classicità greco-romana, colonne di templi, sarcofagi, epigrafi, in sintonia con la temperie culturale alimentata dal regime fascista che si richiamava come modello ispiratore e legittimante alla grandezza imperiale romana, in particolare del periodo augusteo.

Questo aspetto legato al pensiero politico del tempo si coniuga però con la volontà di ridare vita al castello, ridotto a scarne vestigia, ricostituendone l’integrità architettonica, sebbene in modo non fedele al modello originale e con accenni a tradizioni architettoniche estranee a quella piemontese. L’edificio, che conserva della struttura medioevale i basamenti murari in pietra e la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, venne quindi ricostruito ex novo attorno alla già esistente massiccia torre quadrata, eretta nel 1870 per iniziativa del marchese Cantono Ceva. Si realizzò, unendolo alla torre per mezzo di un padiglione di collegamento, un grande salone, provvisto di camino monumentale e ornato alle pareti di affreschi che ripercorrono le fasi storiche salienti del castello.

Alla base della torre venne ricavata la cappella del Sacro Cuore con gli affreschi dei santi e beati di casa Savoia, omaggio alla storia del Piemonte e alla dinastia regnante, oggi purtroppo deteriorati dalle infiltrazioni di umidità.

Si ringrazia per la collaborazione ARS Teatrando – Compagnia Teatrale di Biella (www.teatrandobiella.it) e l’associazione Amici del Brich (www.brichdizumaglia.it)

Note bibliografiche:

Riccardo Rabaglio, Castelli del biellese, Leone & Griffa Editore, 2003

Flavio Conti, Castelli del Piemonte Tomo III, Novara Gorlich – Istituto Geografico De Agostini, 1980